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Un intervento sul rapporto tra volontariato e amministratori regionali PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Olivieri   
Giovedì 31 Maggio 2012 16:32
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Ennio Marino, presidente di Telefono Amico di Messina e vicepresidente della Consulta comunale del volontariato, è intervenuto al Seminario regionale «Nuove politiche sociali in Sicilia. Per un dialogo tra volontariato e amministratori regionali», promosso e organizzato dai Centri di Servizio per il Volontariato (CSV) della Sicilia e dal Comitato di Gestione (CoGe) del Fondo Speciale per il Volontariato Regione siciliana, in collaborazione con la Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana. Di seguito l'intervento.
Per focalizzare meglio l’argomento di questo incontro, dialogo tra volontariato e amministratori regionali, sono andato a rileggermi quanto la normativa vigente prevede per il volontariato, o per meglio dire, quanto era nelle intenzioni del legislatore. La L. 266 e la L. regionale 22 sono infatti l’esempio migliorabile di come sarebbero potuti crescere i servizi alla persona se si fossero pienamente attuate. Ora è vero che il Volontariato si dibatte in una impasse  in cui si sovrappongono crisi vocazionali, assenza di mezzi, mancanza di sedi, ecc. , ma è anche vero che in questi anni, lunghi anni, ha tenuta accesa una piccola fiammella anche a costo di bruciarsi le dita.
Le cose che sto per dire scaturiscono da considerazioni sullo stato dell’arte del comune sentire delle organizzazioni di volontariato della mia città, Messina e dai riverberi regionali.
Nell’affrontare il tema all’ordine del giorno nella mia testa si genera il buio delle incompiute e il mio pensiero corre a quei pensatori e scrittori siciliani che parlano di rassegnazione, destino e illusione del cambiamento per non dover mai cambiare.
Sì, perché, per chi come me è sulla breccia da qualche anno, le amministrazioni regionali (e non solo regionali) sono una specie di realtà virtuale, esistono e non si vedono, i volontari che svolgono solo il servizio (e in questo “solo” c’è tutta grandezza di ciò che fanno) dette istituzioni non sanno neppure cosa siano.
In questo contesto riesce difficile inquadrare alcuni argomenti basilari. Si fa per esempio un gran parlare di integrazione socio-sanitaria, ma per lo più sembra essere una tematica spesso sconosciuta, inattuata nel migliore dei casi. Eppure, una politica regionale illuminata dovrebbe guardare all’integrazione socio-sanitaria con priorità di intenti per coordinare e integrare competenze e servizi ai soggetti deboli .
Così come viene definita dal D.lgs 229/99 l’integrazione socio-sanitaria riguarda “tutte le attività atte a soddisfare, mediante un complesso processo assistenziale, bisogni di salute della persona che richiedono unitariamente prestazioni sanitarie e azioni di protezione sociale in grado di garantire, anche nel lungo periodo, la continuità tra le azioni di cura e quelle di riabilitazione”. Processo assistenziale che raramente si è realizzato.  
La società richiede risposte concrete e serie ai bisogni complessi che riguardano il settore materno-infantile, gli anziani, i disabili, la salute mentale, le dipendenze (alcool, droga, gioco, ecc,) e le patologie che richiedono una assistenza prolungata e continuativa, per es. quelle oncologiche, le infezioni da HIV e le persone trapiantate. Quali le risposte? Le uniche sembrano essere quelle che non si danno. Non credo che sia cambiato qualcosa da quando i cittadini erano costretti a chiedere con il cappello in mano.
E a proposito di cappello in mano, c’è qualcuno fra gli esponenti del volontariato che non abbia visto nella sporadica concessione di un diritto l’atteggiamento di una cortesia personale, di una concessione? Oppure la frustrazione nel non potersi interfacciare con l’interlocutore istituzionale perché introvabile o indisponibile?
Con la Regione le o.d.v. registrano solo piccoli contatti amministrativi, come in occasione del rinnovo dell’iscrizione  all’albo di riferimento e sempre col funzionario di turno, quando nel produrre la documentazione le odv sbadatamente omettono un documento (peraltro in possesso della regione da anni).
Da qualche anno a ricordarci l’esistenza delle amministrazioni regionali è calata la scure che ha tagliato il rimborso pur piccolo su una parte delle spese di assicurazione per i volontari, pari all’80% dell’intero importo che, la predetta normativa aveva stabilito. Qualche centinaio di euro con cui si tappava qualche buco. Ma anche di questa decisione se ne è avuta contezza solo chiamando in assessorato per conoscere i motivi del ritardo dell’erogazione. Nessuno che si fosse preso il disturbo di una comunicazione. Eppure i politici che sotto diversa forma si sono nel tempo proposti si sono via via dileguati una volta acquisite le posizioni.
Per un senso di autocritica mi viene da pensare che non siamo stati capaci di incidere fattivamente nel rapporto con le amministrazioni, accettandone passivamente le decisioni e sperando in tempi migliori.
Per tornare al nostro incontro, di volontariato abbiamo e continuiamo a spendere le più belle parole, soprattutto da parte di chi il volontariato lo ha soltanto vissuto di sguincio o dai professionisti del volontariato, ma la parola dialogo che campeggia all’inizio del titolo presupporrebbe confronto, scambio, desiderio di capirsi, che apre ad un processo di verifica e crescita nel quale tutti, istituzioni e volontariato, dovremmo sentirci coinvolti in un grande patto solidaristico.
Capisco che partiamo da posizioni e culture distanti fra loro anni luce e che quindi spesso risulti difficile trovare un comune sentire fra volontari da una parte, cioè persone che rinunciano per dare ed esserci quando altri non ci sono, e l’apparato burocratico istituzionale dall’altra che spesso ha altre logiche.
Seguendo questi pensieri, risulta incomprensibile la soppressione dell’Osservatorio regionale del volontariato, cassato inaspettatamente senza che si fosse potuto sostenerne la validità e l’importanza nelle sedi opportune. Anche se voce di minoranza, l’Osservatorio contribuiva per quel che poteva alla definizione delle politiche sociali portando la voce e la filosofia del no profit. Era forse un organo scomodo di cui bisognava liberarsi? Si trattava ne siamo convinti di un organismo perfettibile ma era l’unico a far sentire la nostra voce. Oggi queste funzioni non sono attribuite a nessuno che abbia sensibilità e storia personale per poterlo fare.
Stesso discorso dicasi per la Conferenza Regionale del Volontariato su cui è calato l’oblio. Oggi non se ne ricorda più nessuno ed al volontariato è stato impedito di dire la sua con proposte, di eleggere rappresentanze anche nei Comitati di Gestione per i Centri di Servizio. E forse questo era il vero intento. Come vedete attorno a volontariato è stata fatta terra bruciata e, nel migliore dei casi si sono riaperte le riserve indiane per un controllo capillare.
In questo scenario si snoda il dialogo fra o.d.v. e istituzioni. La vicinanza di queste ultime è stata avvertita solo a parole, mai con atti concreti. Ricordiamoci però che la macchina a volte claudicante del volontariato, sovente senza soldi, alle prese con mille problemi, sostituisce spesso le amministrazioni nei servizi alla persona,  facendo i conti con lo sfratto dalla sede che incombe per morosità, con le bollette da pagare, ecc. .
In questi ultimi anni il volontariato ha imparato a progettare, a mettersi insieme per rendere più efficace la propria azione propulsiva. Vorrei spendere due parole su questo aspetto, perché se da una parte la cooperazione progettuale ha indubbi meriti in quanto porta ad un ampliamento delle vedute, dall’altra costringe a rinunciare ad un po’ della propria identità.
So di andare contro corrente, ma spesso alcune organizzazioni di volontariato, per via dell’obbligo della progettazione, sono costrette ad abiurare alla loro mission, imbarcandosi in progetti che non li identificano. Dovendo coprogettare interventi di natura diversa, non si ritrova poi coerenza fra il servizio svolto e ciò che ci si deve inventare. Una sorta di schizofrenia a cui dobbiamo sottoporci. Sappiamo per esperienza che talune progettazioni sono una forzatura allo spirito di tanti servizi, però se vuoi esserci lo devi fare.
Però sulla progettazione ho una domanda: se l’erogazione del finanziamento ai vari progetti copre a malapena le spese per realizzarli, da quale parte le organizzazioni di volontariato possono attingere i soldi per l’ordinaria amministrazione per affitto, bollette, condominio, pubblicità e formazione del servizio normalmente erogato ecc., se tali spese non si possono per lo più inserire nei piani economici dei progetti? Spesso per non chiudere bottega si ricorre all’autofinanziamento. O forse si pensa che le odv siano tutte di natura verticale, robuste e autosufficienti alla sopravvivenza? Una lettura più attenta e meno accademica del mondo del volontariato da parte delle istituzioni, farebbe comprendere che v’è differenza fra le grosse organizzazioni che registrano entrate cospicue e la stragrande maggioranza delle più piccole che rappresentano l’ossatura portante dei servizi alla persona. Gli amministratori non sembrano essere consapevoli di quali difficoltà quotidiane affrontano le organizzazioni di volontariato.
Sono comunque consapevole che l’unione sia sempre sinonimo di forza. Oggi più che mai bisogna uscire dall’isolamento del proprio orticello e legarsi in rete con altre realtà che permetta di programmare e pianificare interventi sociali e politici non più rinviabili. E devo tornare al concetto di dialogo riportato nel titolo. Purtroppo tale concetto fino ad ora non si è realizzato anche per il fatto che la parola “dialogo” non ha mai avuto per le istituzioni la valenza che tutti conosciamo, preferendo attribuirle il significato di “trasmissione” di un pensiero dalla forza dominante  nei confronti di soggetti più deboli con poco potere contrattuale. Quali armi sono in possesso del volontariato per rivendicare il giusto non per se stesso ma per gli altri, i più deboli che assiste? Quando mai è accaduto che un’amministrazione locale o regionale ci abbia interpellato per chiederci come migliorare i servizi di un certo tipo piuttosto che di un altro? Per capire bisogna uscire dal palazzo per respirare l’aria esterna, si rischia altrimenti di teorizzare e basta.
Per la par condicio diciamo che neanche con le amministrazioni locali le cose sono rosee. A proposito di aria, quella che respirano i servizi sociali a Messina è veramente letale.
Con una parola sola definirei disastroso l’atteggiamento e l’operato dell’amministrazione del Comune di Messina, nel fallimento cittadino dei servizi sociali. La mancata corresponsione degli emolumenti ai lavoratori della Cooperative sociali, rischia di pregiudicare il sostentamento delle rispettive famiglie. La mancanza di fondi è diventato il motivo dominante di questi ultimi anni, espressione con cui ogni amministrazione comunale di Messina ha chiuso qualunque discorso. L’assenza di un piano condiviso dei servizi sociali ha portato allo sbando, perseguendo iniziative che non hanno nulla a che fare con una pianificazione responsabile in cui si è tutti attori protagonisti. Invece qui continua a prevalere la logica di alcuni attori protagonisti e di un  numero considerevole di comparse e figuranti. Ricordiamo che esiste a Messina una Consulta comunale del volontariato voluta dall’amministrazione, ed il cui presidente è nominato direttamente dal sindaco. Consulta  che lo stesso sindaco non ha mai consultato, anche a fronte di richieste esplicite da noi più volte avanzate , tranne poi passare alcune patate bollenti irrisolvibili dall’amministrazione.  Una sorte di impasse voluta che ha sfiancato anche i più volenterosi.
Un esempio eclatante in negativo, va qui riportato. In occasione dell’alluvione di Giampilieri, Scaletta e altre zone, il volontariato messinese in tutte le sue espressioni con unità di intenti si era offerto e proposto per gli aiuti del caso, ma è stato lasciato deliberatamente fuori dalla porta, esautorato per scelta, preferendogli alcune realtà della cooperazione sociale che fanno capo a politici con nomi e cognomi. Il risultato è che ci hanno impedito di partecipare gratuitamente alla fase organizzativa e relazionale nelle strutture che ospitavano gli sfollati. Che dire? Ci è parsa chiara l’intenzione di non farci mettere naso in cose riservate. Un’esperienza non bella che ci ha lasciati tutti più poveri. A proposito di dialogo, una pagina da dimenticare.
Da parte degli Enti pubblici si registra molto spesso disinteresse nei confronti del Volontariato, oppure gli attribuiscono un ruolo di supplenza. Fra tanti gruppi che emergono e trovano il loro spazio, altri faticano dibattendosi fra mille difficoltà, costretti a ridurre la portata degli interventi. Eppure l’esperienza ci dice che il Volontariato è più fiorente laddove funzionano le pubbliche istituzioni.
L’emarginazione è un problema di tutti, esige un’integrazione sistematica fra pubblico e privato sociale. Ognuno con un suo compito: il Volontariato deve favorire in ciascuno lo sviluppo autonomo dei processi di crescita, di presa di coscienza, di umanizzazione, può essere un elemento per riconsiderare il ruolo delle persone all’interno di questa società, il pubblico, da parte sua, quello di raccordare le varie energie, di difesa dei diritti, di supporto concreto, fornendo elementi di fiducia in una società diversa e possibile.
Com’è facilmente intuibile i disagi della società avranno nel futuro una sempre maggiore incidenza. E’ opportuno, a questo punto, che le istituzioni recepiscano anche la consulenza sullo specifico di chi opera in trincea; sarà così possibile un’opera di integrazione il cui punto di forza non può che essere un miglioramento della qualità della vita.

In conclusione
Ogni tanto un’indagine sociologica che piove dall’alto definisce l’operato delle organizzazioni di volontariato non in linea con i tempi, poco propenso a misurarsi con i mutamenti della società. Se qualche volta e sporadicamente questo assunto risponde a verità, tante altre è un’affermazione gratuita non veritiera. Basterebbe dare un’occhiata ai piani di formazione delle odv per rendersi conto di come l’evoluzione sia in atto da decenni. Le possibilità di attuazione di programmi a largo raggio sono però condizionate dall’aspetto economico.
La ricerca non può quindi essere liquidata come una comune indagine di mercato perché la persona non è un bene di consumo e vanno posti in essere accorgimenti di crescita che le istituzioni, a qualunque livello, dovrebbero fornire. La Formazione è uno di questi, che va disegnata rapportandosi con le esigenze del territorio e le necessità di chi deve essere formato, ma anche i grandi temi della società dovrebbero essere fruiti con l’aiuto di esperti nella totale gratuità. In questi casi l’aiuto dei Centri di servizio risulta spesso determinante per evitare l’accerchiamento e l’isolamento.
Com’è facilmente intuibile i disagi della società avranno nel futuro una sempre maggiore incidenza. E’ opportuno, a questo punto, che le istituzioni recepiscano anche la consulenza sullo specifico di chi opera in trincea; sarà così possibile un’opera di integrazione il cui punto di forza non può che essere un miglioramento della qualità della vita.
Sovente il Volontariato si  è sostituito alle pubbliche istituzioni, per la cronica incapacità di queste di penetrare il senso del disagio, facendosi carico dei problemi sociali, lottando spesso con diffidenze o eloquenti silenzi.
D’altra parte il volontariato deve agire a vari livelli e muovere azioni efficaci. Il Volontariato può e deve essere uno strumento di rinnovamento se mette insieme cultura e competenza, umiltà e grandi ambizioni; se ricerca all’interno di se stesso forme di sinergia che permetta il superamento di vecchie gelosie.
Ma il dialogo, dicevo prima, è scambio. Proviamo a tendere una mano alle istituzioni, a misurarci con esse su un terreno di reciproco riconoscimento, con pari dignità, tenendo conto che nella guerra contro le povertà, vecchie e nuove che siano, non ci sono né vinti né vincitori. Siamo tutti nella stessa barca. Proponiamo e avviamo tavoli di confronto programmatici, le cui rappresentanze scelte dalla base e non nominate dall’alto eviteranno frammentazioni e distinguo.
Non vorrei che il bisogno di dialogo fosse percepito unicamente dalle o.d.v. che l’hanno sempre ricercato e mai concretamente ottenuto. Si ha l’impressione che le istituzioni regionali e locali continuino a pensare di non dover rendere conto a nessuno, gestendo in autonomia scelte e assegnazioni varie. Di contro è pur vero che le o.d.v. hanno vissuto queste elemosine come grazia ricevuta, sentendosi appagate.
Oggi il ruolo del volontariato non può essere quello di tampone alla mancanza di personale nelle strutture, ma piuttosto quello di attore che interviene nei processi di prevenzione, promozione, informazione, sensibilizzazione a sostegno dell’ammalato, della famiglia e non in via sostitutiva dell’intervento pubblico. Bisogna superare la frammentazione e rompere il cerchio della solitudine. Ancora una volta dobbiamo costruire reti che ci rendano più forti con una maggiore capacità di interlocuzione
In questi anni si è maggiormente sviluppato il ruolo profetico del volontariato nell’anticipare con notevole anticipo la nascita di nuovi bisogni e nuove povertà; che potrebbe essere fondamentale nella definizione di adeguate linee strategiche.
Potremmo essere pronti per sperimentare un sistema integrato, volontariato – istituzioni nella programmazione e attuazione dei servizi nel territorio, controllandone lo standard qualitativo. Tutto e altro ancora rientrano nelle potenzialità del possibile. Basta volerlo.
Parallelamente è obbligatorio che il volontariato trovi unità di intenti, anche attraverso l’opera insostituibile di aggregazione dei Centri di servizio, affinché possa scaturire un grande movimento sociale , di donne e uomini impegnati nelle odv e nel terzo settore in genere, che può e deve incarnare la politica del welfare in Sicilia, non quella che c’è stata in questi anni, per una svolta epocale a favore dei più deboli.

Ennio Marino

 
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